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  ARTIGIANATO ABRUZZESE
L'oreficeria Abruzzese  L'oreficeria


L'Abruzzo e’ una regione che, in passato come nel presente, ha dato molto all'artigianato orafo. Soprattutto tra il 1200 e il 1500 i maestri orafi e argentieri di Sulmona e dell'intera regione hanno realizzato produzioni di altissimo livello. Ricordiamo fra tutti Nicola da Guardiagrele, conosciuto per il suo celebre paliotto argenteo, realizzato per il Duomo di Teramo.
Ma non esiste chiesa abruzzese, anche piccola, che non abbia celato qualche capolavoro sotto forma di croci professionali, calici, ostensori, etc. Accanto a questa produzione "di punta", realizzata per una committenza soprattutto ecclesiastica a fini sacri, si affianca una produzione "d'uso", legata al costume e di chiara impronta popolare, sviluppatasi in particolare a partire dalla seconda meta’ del XVI secolo. E’ proprio nella seconda meta’ del XVI secolo che cominciano ad emergere Pescocostanzo e Scanno come centri di produzione orafa, a fianco dei luoghi tradizionali come Sulmona e L'Aquila. Il benessere indotto dai commerci e dagli scambi lungo la "Via degli Abruzzi", che portava da Napoli a Firenze, aveva creato le condizioni per la nascita di nuovi rapporti anche culturali con le zone piu’ sviluppate del nord gia’ dal XIV secolo. La nuova committenza magnatizia, non piu’ solamente aristocratica o ecclesiastica, aveva sempre piu’ bisogno di maestranze artigiane per onorare adeguatamente il proprio status.
Cosi’ mentre L'Aquila si attardava nella lavorazione "aulica" dell'argento per una committenza "alta" in gran parte ecclesiastica, comunque locale, destinando le proprie botteghe a soccombere nel corso del XVII secolo di fronte alla schiacciante produzione napoletana, a Pescocostanzo e Scanno incominciava nella seconda meta’ del XVI secolo una produzione di tipo popolare destinata a mercati via via crescenti.
La produzione di Pescocostanzo ricorda in alcuni aspetti formali quella lombarda, da cui probabilmente deriva, ne’ mancano chiari punti di raccordo con i motivi del merletto a tombolo, altra lavorazione tipica di Pescocostanzo, nei cui ricami il punto alla milanese, come quello veneziano, e’ ricorrente.
Ci riferiamo in particolare alla tecnica della filigrana, molto usata e caratteristica di Pescocostanzo, ma che richiama alla mente anche Venezia e lascia campo, come per i merletti, all'ipotesi di contatti lagunari, magari mediati attraverso le fiere lancianesi. Ma a Pescocostanzo si lavorava anche a fusione, oltre che a stampo, ne’ si ignorava del tutto lo sbalzo, pertanto non va sottovalutato il possibile apporto della scuola partenopea per questo genere di lavori, oltretutto naturale fonte di approvvigionamento della materia prima insieme a smalti, cammei e pietre dure utilizzate nella lavorazione.
Influssi orientali sono piu’ evidenti nella produzione orafa di Scanno, legata com'e’ al costume e alla cultura di quelle genti. Qui si privilegiano l'argento all'oro e la tecnica della fusione a quella della filigrana, utilizzata piu’ per decorare e saldare fra loro prodotti di fusione. Spesso questo lavoro di composizione, elaborato nei secoli da una cultura pastorale abituata a riutilizzare tutto, partiva dai bottoni, di cui e’ ricco il costume tradizionale scannese e da altri accessori d'uso nell'abbigliamento, fino a creare il gioiello. Tale evoluzione artistica, che ripercorre idealmente la filogenesi dell'artigianato orafo, e’ documentata a Scanno dagli stampi e dalle tradizioni "materiali" che ancora oggi la famiglia Di Rienzo si tramanda di padre in figlio da 13 generazioni, a partire dal 1560, conservando intatto il proprio laboratorio con tutti gli strumenti. Anche a Sulmona si praticavano tutte le tecniche, filigrana compresa, gia’ in epoche precedenti alla nascita dell'oreficeria pescolana; cio’ che pero’ oggi e’ possibile osserva re in citta’ sono soprattutto le testimonianze medievali di quest'arte, conservate presso il Museo Civico.
Di Orsogna e Guardiagrele conosciamo la produzione anche attraverso documenti pittorici di notevole valore che Cascella, Michetti ed altri autori hanno messo in evidenza dando risalto alla ricchezza dell'ornamento. Verso la fine dell'Ottocento erano presenti a Guardiagrele circa 44 botteghe orafe ed e’ presumibile che un centro artigiano famoso per la lavorazione dei metalli, oltre che patria del celebre Nicola da Guardiagrele, avesse origini antiche anche per quanto riguarda l'oreficeria tradizionale; oggi tuttavia non esistono piu’ vere e proprie botteghe orafe.
Stesso discorso vale per Orsogna, anche se qui l'ultima famiglia di orafi, i Piccicacco, ha conservato alcuni oggetti tipici della loro produzione. C'e’ poi la "scoperta" di Giulianova come importante centro di lavorazione del corallo. La "faccettatura" o brillantatura era una tipica e molto apprezzata lavorazione di Giulianova, svolta in prevalenza da maestranze femminili. Anche per questa produzione, che pure dovette essere importante, l'unica eredita’ culturale tramandata ai nostri giorni pare essere solo quella oggettuale, ma dispersa sul territorio in piccole collezioni private. Nel corso dell'Ottocento sembra quasi che ogni zona abbia il suo orafo, anche se ad un primo riscontro oggettivo scopriamo che in realta’ la lavorazione e’ assai limitata, dedicandosi per lo piu’ all’assemblaggio ed alla composizione di pezzi, lamine e stampi provenienti in gran parte da Napoli, su cui venivano incise le iniziali della persona amata o le classiche R per "ricordo" o 5 per "salute". Questo fenomeno prelude alla successiva scomparsa della figura dell'orafo come artigiano per lasciare il posto al semplice "negoziante", che vende prodotti non suoi, spesso stampati, che riproducono imitazioni di oggetti tradizionali a costi assai piu’ bassi, ponendo fuori mercato la produzione artigianale.



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